La difficile alleanza: la Battaglia di Purocielo, ottobre 1944

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Introduzione

Affrontiamo qui l’analisi operativa in breve dello scontro tra la 36ª Brigata Garibaldi e la 305. Infanterie-Division avvenuto sul cuneo del fronte – in piena avanzata alleata verso Imola – nell’ottobre del 1944 nel settore appenninico tra le valli del Senio, del Sintria e del Lamone, in quel momento forse l’area più critica dell’intero fronte italiano in quanto preludio allo sfondamento nella Pianura Padana.

È opportuno ricordare che la 36ª non si trovava in quel settore per una casuale manovra di ripiegamento, ma in virtù di un preciso, seppur precario, disegno strategico: dopo lo sfondamento alleato al Passo del Giogo a fine settembre, la Brigata aveva ricevuto l’input di attestarsi sui crinali per interdire l’afflusso di rinforzi tedeschi dalla Valle del Lamone verso il settore critico di Monte Battaglia. I partigiani agivano dunque come un’avanguardia fissa, convinti che il ricongiungimento con le punte avanzate britanniche fosse questione di poche ore.

Mentre la V Armata USA del Generale Mark Clark e l’VIII Armata Britannica del Generale Oliver Leese, poi sostituito da Richard McCreery, esaurivano la loro spinta offensiva contro le creste di Monte Battaglia e Monte Cece, si venne a creare una situazione tattica anomala. Un’intera brigata partigiana, la 36ª “Alessandro Bianconcini”, operava come forza organizzata dietro linee tedesche, controllando di fatto una “zona libera” che interrompeva la continuità difensiva della Wehrmacht. Il contatto tra partigiani di Romagna – imolesi soprattutto – e Alleati sul fronte diede luogo a una questione tattica anomala della quale vale la pena raccontare, indicando pure i risolti sul piano delle scelte di rapporto tra esercito regolare alleato e forze combattenti partigiane organizzate.

Questo articolo riferisce le dinamiche della battaglia di Purocielo sviluppatasi tra il 10 e il 14 ottobre 1944, focalizzandosi non solo sulla cronaca degli scontri, ma sul fallimento del coordinamento operativo tra le forze irregolari e i comandi alleati, un tema che Ferruccio Montevecchi ha definito efficacemente come la “difficile alleanza”, espressione che riprendiamo nel titolo in omaggio del grande storico partigiano imolese.

Il contesto strategico: l’asimmetria delle aspettative

Per comprendere la tragedia di Purocielo, è necessario analizzare la divergenza di obiettivi tra i due attori anti-nazisti. Da un lato la prospettiva partigiana che prese l’iniziativa, vale a dire il Comando della 36ª Brigata, guidato da Luigi Tinti – detto “Bob” – che operava con una mentalità offensiva. Avendo occupato una vasta area tattica, i partigiani si aspettavano di fungere da “incudine” su cui il “martello” alleato avrebbe schiacciato i tedeschi. La loro iniziativa di tenere il terreno, anziché darsi alla macchia con tattiche “mordi e fuggi”, presupponeva un imminente sfondamento alleato. E in questo avevano ragione. Dall’altro lato vi era invece la prospettiva Alleata, orientata all’attesa. Al comando del Generale Kirkman, l’offensiva condotta dopo lo sfondamento al Passo del Giogo dal 13º Corpo d’Armata Britannico sulla strada da Marradi si era di fatto arenata.

Erano iniziate le grandi piogge e la logistica era al collasso a causa del fango. Il “General Mud” – il generale “fango” – come i soldati chiamarono l’avversario, aveva esaurito l’energia delle truppe, esauste dopo la presa di Monte Battaglia. La priorità, in quel momento sembrava essere il consolidamento delle posizioni invernali in Appennino. Lo sfondamento andava così arenandosi. Purocielo fu l’ultimo tentativo di andare avanti, un tentativo disperato che scontò la mancata sincronizzazione tra i partigiani italiani e lo Special Operations Executive della 36ª Brigata della missione britannica del Maggiore “Ramsay”. Le comunicazioni radio non riuscirono a sincronizzare i tempi. Gli Alleati chiedevano ai partigiani di “infiltrarsi” a sud, abbandonando la posizione, mentre i partigiani chiedevano un attacco a nord per chiudere la partita.

Ma andiamo con ordine.

Order of Battle: le forze in campo

Per i tedeschi della Wehrmacht il dispositivo di rastrellamento contro i partigiani era centrato sul XXVI Panzer Corps tedesco comandato dal Generale Traugott Herr identificò nella 36ª Brigata Garibaldi “Bianconcini” una minaccia letale per la retroguardia della Grüne Linie. L’operazione di annientamento fu affidata a un Kampfgruppe ad hoc, strutturato su elementi veterani della 305. Infanterie-Division, unità comandata dal Tenente Generale Friedrich-Wilhelm Hauck, veterana del fronte orientale a Stalingrado, specializzata in combattimenti difensivi logoranti, con l’impiego di due Battaglioni dei Grenadier-Regiment, il 577 e 578. Alla 305. si unì la 1. Fallschirmjäger-Division, i paracadutisti della Divisione d’élite dei “Diavoli Verdi”, che furono distaccati dal settore del Giogo per fornire potenza d’urto. Questi reparti furono sostenuti dal supporto di Fuoco della Wehrmacht, che dispiegò batterie di obici da 105mm e, fattore decisivo, plotoni di mortai pesanti Granatwerfer 42 da 120mm che arrivavano dopo l’artiglieria campale non poteva arrivare. L’impiego dei mortai pesanti da 120mm fu l’elemento tattico risolutivo: a differenza dei cannoni campali, il loro tiro quasi verticale permetteva di colpire con precisione millimetrica l’interno delle strette ‘conche’ appenniniche e il retro dei casolari in pietra, rendendo vano ogni tentativo di copertura nei naturali anfratti del terreno.

Dall’altro lato vi erano i partgiani della Resistenza combattente della 36ª Brigata Garibaldi “Alessandro Bianconcini”, la quale a Purocielo – zona denominata dal nome delle case colonische locali – schierava circa 1.100 effettivi, organizzati militarmente in battaglioni e compagnie, una struttura rigida necessaria per difendere un fronte statico. Il Comandante Militare era Luigi Tinti (“Bob”) affiancato dal Commissario Politico Guido Gualandi (“Il Moro”). Il 1° Battaglione era comandato da Carlo Nicoli, il 2° da Guido Cappelli. Il 3° e $° Battaglione rispettivamente da Umberto Ricci (“Napoleone”) e da Giovanni Nardi.

Se gli uomini erano molti, il loro armamento era peraltro gravemente insufficiente per una battaglia campale. Pochi mortai da 81mm (con meno di 10 colpi a pezzo), mitragliatrici leggere Bren e Breda 30, e armi individuali come mitragliette Sten, e fucili Enfield inglesi e Mauser tedeschi.

 

Cronologia tattica della Battaglia

10-11 Ottobre

I tedeschi non attaccarono frontalmente subito. Applicarono una manovra di accerchiamento classico sulle quote dominanti: Monte Colombo, Poggio Termine e le alture sopra Badia di Susinana. L’obiettivo tattico tedesco era tagliare le vie di fuga verso le linee della 1st British Infantry Division che era attestata su Monte Cece. In questa fase, il maltempo giocò un ruolo determinante. La pioggia incessante impedì agli aerei della RAF e all’USAAF di fornire il Close Air Support (CAS) che aveva salvato gli Alleati a Monte Battaglia. I partigiani si ritrovarono soli, sotto il tiro metodico dei mortai tedeschi.

12 Ottobre

Il 12 ottobre è il giorno del climax. Il perimetro difensivo della Brigata si restrinse attorno al caseggiato di Ca’ Malanca. Dalle ore 6:00 alle 14:00 la fanteria tedesca dei Grenadieren insieme ai paracadutisti lanciò assalti coordinati da più direttrici. I partigiani, sfruttando le spesse mura in pietra del casolare e trincee improvvisate, respinsero le ondate successive dei soldati tedeschi. La testimonianza di Montevecchi evidenzia la freddezza del comando di “Bob”: ordine tassativo di risparmiare munizioni, fuoco solo a bruciapelo. Verso le ore 16:00 la crisi logistica. La situazione divenne insostenibile. Le scorte di munizioni erano esaurite. I mortai partigiani tacevano. I tedeschi, accortisi del calo di volume di fuoco, prepararono l’assalto finale per l’alba successiva. In quelle ore drammatiche si consumò il definitivo corto circuito comunicativo: mentre il Maggiore Ramsay tentava invano di guidare il supporto aereo ravvicinato tramite fumogeni e segnalazioni ottiche — resi inutilizzabili dalla visibilità zero — i diari di guerra (War Diaries) del 13° Corpo d’Armata britannico registravano una generica ‘pausa operativa’ dovuta al fango. Mentre per gli inglesi era una giornata di stasi logistica, per la 36ª si trattava di un combattimento per la sopravvivenza contro truppe d’élite.

Notte 12-13 Ottobre

Di fronte alla certezza dell’annientamento e al silenzio delle linee alleate (che non lanciarono l’attacco diversivo sperato), il comando partigiano ordinò lo sganciamento, il “Breakout”. Fu un capolavoro di disciplina. Oltre mille uomini si mossero in fila indiana, nel buio pesto e sotto il diluvio, lungo un sentiero impervio – “il sentiero dei lupi” – che passava a ridosso dei bivacchi tedeschi su Monte Porcile. L’ordine era il silenzio assoluto: i feriti che gemevano o i combattenti presi dal panico avrebbero condannato l’intera brigata.

Le responsabilità

La battaglia di Purocielo non fu una sconfitta militare partigiana stricto sensu. La Brigata riuscì a salvare il grosso delle forze, che poi – una volta disarmate dagli alleati – confluirono nel Gruppo di Combattimento “Cremona”, ma fu un disastro umanitario. L’amarezza del vuoto strategico si palesò al momento del ricongiungimento a Monte Cece: i superstiti della ‘Bianconcini’, invece di essere accolti come reparti cobelligeranti, furono circondati dalle sentinelle britanniche e costretti a consegnare le armi, spesso sottratte al nemico in mesi di guerriglia. Il successivo inquadramento nel Gruppo di Combattimento ‘Cremona’ fu la risposta politica alleata per ‘regolarizzare’ e sottoporre a gerarchia una forza irregolare che aveva dimostrato una capacità militare e una autonomia decisionale fin troppo ingombranti per i futuri assetti dell’Italia liberata.

Anzitutto giocò negativamente nella mancata assistenza ai partigiani sul campo l’attendismo alleato. Non fu un tradimento deliberato delle aspettative, ma la rigidità della loro dottrina operativa e l’esaurimento logistico impedirono loro di cogliere l’opportunità offerta dalla 36ª Brigata. Consideravano i partigiani utili per il sabotaggio, ma non per la guerra in linea. E a questo riguardo vari episodi – compreso Purocielo – confermano che americani e britannici non erano pronti a modificare i loro piani di battaglia complessi per soccorrere una formazione irregolare. Né volevano combattere al fianco dei partigiani combattenti irregolari.

Vi fu anche in negativo l’errore di valutazione partigiano. Il comando della 36ª Bianconcini, galvanizzato dai successi precedenti, forse sovrastimò la volontà politica e la capacità militare alleata di avanzare “a ogni costo” in autunno inoltrato.

Bibliografia di riferimento

  • F. MONTEVECCHI, La battaglia di Purocielo. Storia della 36ª Brigata Garibaldi «Alessandro Bianconcini». Imola: Bacchilega, 2014.
  • F. MONTEVECCHI, Ferruccio. La strada per Imola. Alleati, tedeschi e partigiani sulla Linea Gotica. Bologna: Il Mulino/University Press, 1991.
  • N. GALASSI, Partigiani nella Linea Gotica. Bologna: University Press Bologna, 1998.
  • M.CALAMAI, La 36ª Brigata Garibaldi: una struttura militare nella Resistenza, Milano, La Pietra, 1976.
  • M. CARVER, The War in Italy, 1943-1945, London, Sidgwick & Jackson, 2001.
  • THE NATIONAL ARCHIVES (UK), WO 204: Allied Force Headquarters – Reports on Partisan Operations in Area 6 (Tuscany-Romagna).
  • THE NATIONAL ARCHIVES (UK), War Diaries of the 1st British Infantry Division (October 1944). Ref: WO 170 series.
  • W. HAUPT, Die deutschen Infanterie-Divisionen. (Dati organici 305. ID).
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