L’ “abominevole autunno”: Ferruccio Montevecchi racconta l’ottobre 1944

  • 4

Il capitolo L’«Abominevole autunno», tratto da La strada per Imola di Ferruccio Montevecchi, rappresenta un contributo bibliografico centrale per la comprensione della fase cruciale della campagna d’Italia nell’autunno 1944. Dopo lo sfondamento della Linea Gotica al Passo del Giogo da parte della Quinta Armata americana (settembre 1944), l’offensiva anglo-americana si concentrò sulla penetrazione nelle valli del Santerno e del Senio, con l’obiettivo strategico di raggiungere la pianura padana prima dell’inverno.

Tuttavia, come Montevecchi documenta con rigore e sensibilità storica, l’avanzata si arenò rapidamente a causa di condizioni meteorologiche avverse, errori di pianificazione, divergenze strategiche tra comandi alleati e una volontà politica incerta. L’autore è un partigiano coinvolto direttamente negli eventi narrati con la 36a Brigata 2Bianconcini di Imola, quindi conosce le cose di cui parla per attente ricerche ma anche per avere vissuto direttamente ciò che accadde in quei tremendi mesi sulla linea del fronte appenninico.

Il capitolo mostra chiaramente l’illusione iniziale di una rapida vittoria trasformarsi in logoramento statico, con gravi conseguenze operative, morali e politiche, sia per le truppe alleate che per la Resistenza italiana. La ricostruzione di Montevecchi illumina inoltre le implicazioni geopolitiche della decisione alleata di non proseguire l’avanzata verso la pianura padana, alimentando la tensione con le formazioni partigiane, in particolare in Emilia-Romagna.

Riferimento bibliografico completo

Ferruccio MONTEVECCHI, La strada per Imola. Alleati, tedeschi e partigiani sulla Linea Gotica, settembre-ottobre 1944, Imola, University Press Bologna, 1991, pp. 197–206.

CAPITOLO XV
L’«Abominevole autunno»

Alla fine di ottobre Clark impose al XIII° Corpo britannico di muoversi appena le condizioni atmosferiche lo avessero permesso. Il suo piano prevedeva che la 6ª Divisione corazzata sostituisse la 78ª Divisione di fanteria nella valle del Santerno con obiettivo la cittadina di Fontanelice e l’estremità occidentale della Vena del Gesso, mentre gli indiani della 21ª Brigata, che avevano rilevato la 1ª Brigata Guards sul Monte Battaglia, avrebbero assunto il controllo del nuovo settore, estendendosi dai pendii orientali del Battaglia alla valle del Senio1; contemporaneamente la 61ª Brigata corazzata si doveva schierare a cavaliere della strada per Imola. Ma prima di tutto ciò la 36ª Brigata britannica doveva impossessarsi del Monte Penzola, assicurandosi come punto di partenza lo sperone di Salaretta, dominante l’alta Val Sellustra, mentre l’11ª Brigata doveva catturare Cà dell’Ortica; più ad occidente la 38ª Brigata aveva come obiettivo il crinale di Calvana, sulla sponda sinistra del Sillaro2 .

Inspiegabilmente, e a dispetto delle più pessimistiche previsioni, il 29 novembre il Monte Penzola venne occupato senza colpo ferire. Proseguendo nell’azione la 36ª Brigata si spinse cautamente in avanti per occupare il Monte Maggiore, la quota dominante che ostacolava il proseguimento dell’avanzata e dove i tedeschi avevano realizzato una robusta roccafort tra i ruderi della chiesa. Contemporaneamente un reparto del 1° Battaglione motorizzato entrava in Fontanelice, deserta e gravemente danneggiata dai bombardamenti dell’artiglieria; i guastatori tedeschi l’avevano attraversata durante la notte dirigendosi verso Borgo Tossignano. Ora l’artiglieria del XIII° Corpo avrebbe potuto colpire Imola e la via Emilia3 . Ma soltanto questo era il potenziale successo ottenuto dopo due mesi e mezzo di estenuanti e sanguinosi combattimenti.

La terra promessa

La prima neve cadde il 9 novembre e, nei brevissimi sprazzi di cielo sereno, la fanteria britannica che si accalcava sugli spogli pendii spazzati dal vento del Monte Grande poteva vedere la pianura a pochi chilometri di distanza. Era come la terra promessa, e le settimane di estenuanti e sanguinosi combattimenti vennero presto dimenticate. Un ufficiale britannico annotò a quella data, stupito: «Scalai un’alta montagna. Non c’era nulla più in alto di me per molte miglia attorno. Guardai giù verso le colline coperte di neve e oltre c’era la grande pianura del nord, con i camion tedeschi, a volte visibili, che si affrettavano lungo la via Emilia. Potevo vedere piccoli gruppi di case e le fattorie nella pianura che, se tutto andrà bene, potremo occupare prima della fine dell’inverno, poiché perfino gli squallidi chalet di campagna che qualcuno di noi è abbastanza fortunato da occupare in questo momento non sono adatti per i turisti invernali. Ma questo non è tutto quello che ho visto. Potete non crederlo, ma ho visto le Alpi, sebbene fossero lontane circa un centinaio di chilometri: esse si innalzavano al di sopra della nebbia che copriva il bacino del Po, stagliate chiare all’orizzonte, dai bordi affilati e seghettati, circondate da un’ombra blu. Ero così eccitato che sono corso indietro per scrivervi una lettera al riguardo»4.

Purtroppo, gli Alleati, con quelle loro schermaglie di mosse e contromosse, erano riusciti a trascinare la loro macchina bellica nel vicolo cieco di una guerra dal “piede di trincea”: la Zentimeterkrieg, come la chiamarono ironicamente i tedeschi. Nemmeno l’afflusso di forze fresche avrebbe permesso di rimetterla in movimento. I comandanti anglo-americani definirono quella immobilità una “fase temporanea di difesa-offensiva”. Ma si sarebbe potuto definire anche “passaggio temporaneo all’offesa-difensiva”, e il risultato non sarebbe cambiato.

«Dopo tante fatiche» — annotò mestamente il generale Clark, preparandosi a trascorrere l’inverno a Traversa, vicino al Passo della Futa — «è impossibile dover rinunciare all’idea di completare lo sfondamento entro l’autunno. È inconcepibile che si sia venuta a creare una situazione così deleteria»5. Il generale Clark si lamentava amaramente del fatto che gli inglesi, con il loro comportamento, avevano permesso ai tedeschi di trasferire divisioni sul fronte della Quinta Armata per dare all’Ottava «la possibilità di fare bella figura in Romagna»; e se ne andava in giro brontolando di essere rimasto intrappolato nella «macchina dell’Impero britannico», anche se sapeva che pure gli ufficiali americani del quartier generale alleato in Europa dimostravano scarso interesse per le vicende della Campagna d’Italia6.

Come fosse stato il maggior responsabile del fallimento, il comandante del XIII° Corpo venne convocato al quartier generale della Quinta Armata, dove Clark lo criticò per la sua mancanza di energia. Ora, anche ammettendo che Kirkman mancasse di spirito combattivo, non era certamente saggio rimproverare pubblicamente un ufficiale — per giunta anziano — dell’armata britannica; Clark aveva tutto il diritto di pretendere maggior collaborazione da un subordinato, ma la mossa giusta sarebbe stata di incontrarlo a quattr’occhi e, se poi ciò non avesse dato i risultati sperati, chiedere ad Alexander di sostituirlo. Tuttavia Kirkman non se la prese più di tanto, e con flemma tutta anglosassone replicò che «ciascuno vede solo le proprie difficoltà e mai quelle degli altri; il fatto è» — concludeva poi eufemisticamente — «che siamo tutti molto stanchi»7.

In realtà, gli inglesi erano ormai prossimi all’esaurimento, ma a contribuire al generale rallentamento dell’offensiva erano stati, secondo loro, «il terreno ed il tempo spaventosi e le orribili strade», mentre secondo l’interpretazione retorica degli avvenimenti, tipica di Alexander, «gli impetuosi fiumi dell’estate diventarono i furiosi torrenti di un abominevole autunno».

Kesselring, il quale non era da meno quanto a presunzione, ha scritto che «l’abilità del comando e l’ammirevole comportamento delle unità tedesche avevano impedito agli alleati di conseguire l’atteso successo», fingendo di ignorare che gli angloamericani erano stati fermati soprattutto dalle loro divergenze strategiche. Del resto, i problemi di Kesselring erano gli stessi degli alleati, poiché il maresciallo germanico aveva a suo tempo notificato a Hitler che non avrebbe potuto mantenere la compattezza del fronte se non avesse ricevuto rinforzi, rilevando inoltre che la volontà di difendersi dei soldati era alquanto diminuita8. Di diverso avviso era il generale Hans Hauser, capo di stato maggiore della Quattordicesima Armata, il quale, pur assecondando il maresciallo nella sua convinzione di «essere riuscito, alla fine di ottobre, ad arrestare definitivamente l’offensiva nemica», concedendosi un attimo di riflessione, ammetteva che «l’iniziativa era e rimaneva al nemico», e che il comando tedesco si basava, nelle sue valutazioni, «sulle difficoltà della guerra in montagna, che impedivano una veloce collaborazione tra le unità nei settori duramente attaccati e quelle dei settori meno impegnati; che le ricognizioni erano troppo poche e troppo tardi; che le decisioni si fondavano su ipotesi; che si era in ritardo nei provvedimenti; che mancava la superiorità di materiali, soprattutto per quanto riguardava i carri armati e i pezzi di artiglieria; e che la mancanza di aerei aveva ridotto sensibilmente la nostra possibilità di azione». Secondo Hauser, dunque, contraddicendo Kesselring, l’unico fattore positivo sul quale il comando tedesco poteva ancora fare affidamento «era sempre l’ottimo spirito combattivo delle unità tedesche»9.

A favore dei tedeschi sussisteva però una circostanza non meno importante delle riserve: mentre le loro linee di rifornimento si accorciavano man mano che si ritiravano, quelle alleate si allungavano attraverso montagne che la pioggia stava trasformando in cumuli di fango.

Il mese delle delusioni

La Campagna d’Italia si era identificata in una serie di combattimenti per cacciare i tedeschi da posizioni dominanti, e ogni volta i tedeschi erano riusciti a ripiegare su altre posizioni altrettanto dominanti. Ora si ripeteva la stessa situazione: le divisioni di von Vietinghoff si sistemavano sull’ultima barriera prima della via Emilia, su tutta una serie di alture davanti a Imola, e l’offensiva si trasformava in una battaglia condotta dai reparti del genio impiegati nella riparazione di ponti e strade distrutti. Ma se si solleva lo sguardo al di sopra della carta d’Italia, ci si accorge che anche in Francia — e quasi nello stesso momento — l’offensiva si arenava, e in modo ancor più ingiustificato. E non era una fortuita coincidenza: forse gli Alleati non volevano vincere troppo in fretta.

Chi pagava il conto di questa paralisi non era soltanto la popolazione civile. «Faceva un freddo cane», annotava in ottobre nel suo diario un ufficiale alleato. E in novembre la neve avrebbe reso il freddo ancora più pungente. Così, ai pericoli della guerra, i soldati aggiungevano il sordido sconforto di doversi spesso rifugiare in buche piene d’acqua o appiattirsi tra rocce fradicie di gelida pioggia10.

Alla fine di ottobre, l’inverno aveva aggredito l’Appennino: l’acqua dei torrenti, satura di fango, risucchiava gli scricchiolanti sostegni dei ponti Bailey, e tutto ciò che non era roccia si tramutava in melma. La vecchia strada della Bordona, che congiunge Castel del Rio a Sassoleone, crollò sotto il peso del traffico e per quattordici ore rimase impraticabile. I genieri lavorarono giorno e notte per riattivarla e permettere ai rifornimenti di giungere ai reparti di prima linea; nell’area, comunque, la rete stradale era insufficiente, e dovette essere tracciata a grande velocità una nuova strada, da Cuviolo a Sant’Apollinare, dove c’era il posto di comando della 78ª Divisione. Tutti i fanti disponibili aiutarono i genieri nella sua costruzione, e la nuova strada, aperta al traffico il 7 novembre, fu usata dalla divisione britannica per tutto il resto della sua permanenza nel settore.

Il maggiore Foxwell ha scritto che «l’intero fronte era una colossale palude, le perdite in battaglia e l’insalubrità del clima influirono in maniera determinante. Tutti si sforzarono per mantenere i soldati in prima linea riforniti dei generi di prima necessità. Non c’era ormai lavoro più nobile di quello fatto dal gruppo dei mulattieri, i quali pilotavano i convogli, notte dopo notte, brancolando sulla ripida e fangosa salita che portava fuori da Apollinare per evitare la palude vicino al cimitero di Gesso, dove una dozzina di muli erano affondati, superando i carri armati impantanati lungo la strada per Gesso o attraverso i campi minati, affrettando il passo tra le rovine di Gesso per evitare il quasi inevitabile bombardamento, avanzando faticosamente lungo il sentiero da incubo infinitamente lungo fino a Quota 387, arrivando dopo un viaggio di quattro ore ai confini del mondo. Poi lo stesso procedimento per tornare indietro, sentire la fame, sudare per la fatica di avanzare nel fango, gettandovisi dentro per evitare una granata che volava fischiando, inciampando nella buca di una bomba che all’andata non c’era»11.

Una trasmissione radio del 23 ottobre comunicò che «sul fronte opera un’intera divisione italiana, compiendo doveri di vitale importanza. È impossibile misurare il tonnellaggio che questa unità ha trasportato; si deve però ad essa il mantenimento delle linee di rifornimento, pagando duramente il prezzo del compimento del loro dovere».

Gli inglesi erano gente pratica e seppero rimediare al morale vacillante organizzando a Castel del Rio due locali di ritrovo, ad imitazione dei pub londinesi, dai nomi altrettanto emblematici: Wally’s Bar e Golden Chopper. Il boato lento e pesante di un obice Mörser piazzato dai tedeschi presso Tossignano, che colpì la cittadina durante la notte dal 13 al 14 novembre, si sovrapponeva al rombo dei motori delle camionette che portavano il triste carico di soldati uccisi al provvisorio cimitero di Cercetola. Ricordava che la battaglia era ancora in corso.

Novembre fu quindi il mese delle delusioni, che non potevano non farsi sentire anche sugli organi politici e militari della Resistenza. I capi delle missioni alleate, «assuefacendosi alla perfezione al gioco delle necessità militari», non avevano mancato di concentrare la loro attenzione sulle possibilità strategiche dei partigiani — sia italiani che jugoslavi — concludendo che, contro le forze tedesche nelle due rispettive zone, i secondi erano in grado di dare un contributo militare più efficace12. Ciò significava, in sostanza, l’abbandono delle operazioni militari contro la Germania. Ciò significava l’abbandono dei partigiani italiani al loro destino, e presa questa decisione qualcuno doveva comunicarla ai diretti interessati; e dal momento che Alexander era il principale responsabile della Campagna d’Italia, la scelta cadde ovviamente su di lui. Da quel momento ebbe inizio il periodo più drammatico per il movimento di liberazione perché cominciò anche l’Operazione “Disband”, lo scioglimento cioè delle formazioni.

In sostanza Alexander doveva avvertire i partigiani che era inutile continuare a combattere perché il loro paese sarebbe stato liberato solo quando la guerra si fosse avviata alla conclusione definitiva.

Le «istruzioni» di Alexander

In questa precaria situazione giunse la mazzata psicologica delle istruzioni diramate da Radio Italia Combatte il 13 novembre, con le quali Alexander suggeriva ai partigiani. ini vista degli ostacoli stagionali, di “interrompere le operazioni su larga scala, di conservare le munizioni fino a nuovo ordine” e di prepararsi a una “nuova fase di guerra contro il nuovo nemico”, che era poi l’inverno. Ciò fotografa il pensiero degli alleati nei confronti del movimento di liberazione, ammette implicitamente il fallimento dell’offensiva autunnale senza tenere conto delle circostanze nelle quali si venivano a trovare le formazioni partigiane. L’invito a smobilitare era “assurdo per un esercito che viveva alla macchia”, sottolineò il capo della SF Holdsworth, e quello di tenersi pronti per una ipotetica futura avanzata sarebbe stato molto difficile da attuare poiché non si comprende come avrebbero potuto riprendere a combattere le formazioni dell’Appennino se non fossero state aiutate. Il ministro americano della guerra, Selhourne, appena ebbe sotto gli occhi una copia delle “istruzioni”, scrisse a Churchill osservando indignato che il “marquis italiano” aveva fatto un magnifico lavoro, molto più di quanto si aspettasse, e non era “leale lasciarlo cadere come una patata bollente”.

Il pensiero degli alleati, o meglio degli inglesi, poiché gli americani avevano delegato ai primi la condotta politica della guerra in Italia, sul problema partigiano, lo svela Alexandre quando e come diffonde il testo del proclama, che pare sia stato redatto da un sacerdote protestante addetto al Psycologic War Office, probabilmente convinto di compiere un’opera pia nei confronti dei partigiani; sconcerta il fatto che fu trasmesso per radio, quindi reso pubblico. Certo, era venuto il momento di pensare al freddo e Alexander poteva anche avere ragione; il mutamento di strategia era inevitabile, ma non serviva farlo in quel modo.. E poi, che vantaggio dava sul piano tattico il consiglio,, drammaticamente ovvio, di adattarsi ai tempi difficili come se i partigiani non ne fossero consapevoli; inoltre, il messaggio così infelicemente formulato avrebbe dato ai tedeschi una opportunità in più per inasprire la repressione. A peggiorare la situazione intervennero i propagandisti della Repubblica Sociale, che afferrarono al volo l’occasione per annunciare con compiacimento, come scrisse il corrispondente di guerra Eicholz sul settimanale “Sud Front” del 10 dicembre, che gli anglo-americani, dopo aver sfruttato i partigiani, li “gettavano come limoni spremuti”.

Può essere una tesi alquanto sommaria quella in cui, al fondo del disegno di Alexander c’era la volontà di stroncare la guerriglia prolungando la guerra in Italia; se invece egli intendeva evitare ulteriori sacrifici ai partigiani, dal momento che non intendeva combattere “sotto la pioggia e nel fango”, dava l’ennesima prova della sua incapacità a giudicare il movimento patriottico. Quindi, per quanto giustificate sul piano strategico, le istruzioni furono un capolavoro di insipienza su quello psicologico.

Non v’è dubbio che tra le varie interpretazioni vi sia posto anche per quella che la guerriglia, avendo ormai raggiunto posizioni politiche di rilievo, fosse divenuta l’elemento avverso all’intenzione di Churchill di restaurare il vecchio e decrepito stato monarchico. Visto da un’altra angolazione, il messaggio potrebbe essere una diretta conseguenza dell’accordo raggiunto alla conferenza di mosca del 9 ottobre, durante la quale l’appartenenza dell’Italia alla sfera occidentale non fu mai messa in discussione. L’accordo dispensava Alexander dall’affrettarsi a cacciare i tedeschi dall’Italia, e quindi, da momento che non c’erano più allori da mietere nella penisola, ora poteva fare a meno dell’aiuto dei partigiani, sbarazzandosi di loro nel più ignobile dei modi. Altrettanto amara è la constatazione che il contrasto tra l’obiettivo partigiano della “liberazione” e quello alleato della “conquista” aveva ormai preso forma chiara. L’utilizzazione razionale del potenziale bellico della Resistenza avrebbe potuto alleggerire il peso dell’inverno di guerra, ma — dopo tutto — per gli Alleati l’Italia non era che un campo di battaglia, da utilizzare secondo necessità.

I problemi degli italiani — le distruzioni, le rappresaglie, l’occupazione — per gli angloamericani non esistevano realmente, o esistevano solo nella misura in cui interferivano con la strategia militare. E non si può dire che li sentissero come problemi loro: gli italiani erano pur sempre dei vinti, e come tali, da punire.

Gli effetti più gravi delle istruzioni di Alexander si verificarono proprio in Emilia-Romagna, teatro di scontro diretto e di repressione più violenta. Il disagio nelle formazioni partigiane emiliane e romagnole fu profondo: molti di loro si erano già predisposti a un’azione insurrezionale anticipata. Ma, con il fronte fermo, tutta la fascia collinare sarebbe inevitabilmente rimasta sotto controllo tedesco. E in questo scenario, le formazioni partigiane non avrebbero potuto svernare, né mantenere posizioni fisse, perché i reparti anti-guerriglia tedeschi ne avrebbero localizzato i rifugi e li avrebbero distrutti. Strette tra la prima linea e la via Emilia, le bande partigiane si trovarono senza via di scampo se avessero deciso di restare ferme. Di fronte a questa situazione, il dibattito interno si fece più acceso. Il movimento di liberazione aveva acquisito coscienza e maturità attraverso lunghi mesi di lotta, e le brigate partigiane fecero sapere al comando che non intendevano soggiacere passivamente alle istruzioni di Alexander. Il vertice politico-militare della Resistenza, consapevole della difficoltà di opporsi frontalmente al Comando Alleato, cercò una linea diplomatica. Non poteva rifiutare apertamente le direttive di Alexander — ciò avrebbe minato l’unità del fronte interno e i rapporti con gli Alleati — ma nemmeno poteva lasciare disarmate le proprie formazioni. La risposta del Comando Volontari della Libertà (CVL) fu quindi abile: esprimeva la volontà di continuare la lotta, ma reinterpretando le istruzioni alleate. «La battaglia continua e deve continuare per gli eserciti alleati e anche per le forze partigiane» — affermava il documento finale13.

Paura della rivoluzione

È evidente che il contributo bellico della guerriglia italiana non fu decisivo ai fini della vittoria militare finale; ma fu politicamente enorme, poiché la guerra di liberazione fece sì che il ritorno alla democrazia non apparisse come un regalo degli Alleati, né come una imposizione del vincitore al vinto. Gli Alleati, in realtà, miravano a mantenere l’Italia sotto tutela, affinché dipendesse interamente da loro il proseguimento della propria vita politica e civile. In tal modo sarebbero stati liberi di indirizzarne il futuro a proprio piacimento. Un obiettivo analogo era condiviso dai conservatori italiani, per i quali la soppressione del movimento partigiano costituiva il presupposto per mantenere il Paese legato al sistema occidentale e scongiurare ogni tentazione di riforma popolare o rivoluzionaria. Per i gruppi più reazionari, l’adesione ai piani degli Alleati era lo strumento attraverso cui perseguire la repressione dei fermenti democratici che la guerriglia aveva acceso nel popolo italiano14. Essendo ormai scontata la sconfitta della Germania, si temeva che la resa tedesca nel Nord Italia potesse lasciare il Paese in una sorta di anarchia — così la definì Allen Dulles — e che il potere potesse finire nelle mani di chi disponeva di fucili e mitragliatrici, cioè dei partigiani, soprattutto garibaldini, orientati politicamente a sinistra. Le preoccupazioni di Churchill su questo punto erano tutt’altro che infondate.

È impossibile evitare che la politica imponga, anche contro il buon senso militare, determinate operazioni. Nella battaglia per l’Appennino, infatti, la scelta politica fu quella di trattenere truppe tedesche in Italia, sottraendole ad altri fronti. Ma si trattava di una motivazione debole, che non giustificava il mancato sfondamento della Quinta Armata nella valle del Po, soprattutto dopo la conquista del Monte Battaglia. La Campagna d’Italia era ormai strumento di strategie politiche più ampie, che prefiguravano il nuovo ordine europeo. E l’offensiva divenne semplicemente una guerra di logoramento, finalizzata a trattenere in Italia le divisioni tedesche. Ma, di fatto, anche gli Alleati rimasero immobilizzati nello stesso teatro operativo. Si può concludere che la vera ragione per cui tedeschi e angloamericani si bombardarono sull’Appennino per tutto l’inverno fu quella di impedire reciprocamente i propri spostamenti. Gli Alleati, se avessero anticipato di un mese l’offensiva, avrebbero potuto probabilmente sfondare il fronte e raggiungere la pianura padana già in autunno.

Gli Alleati, iniziando l’offensiva in ritardo, si ritrovarono presto limitati dall’incipiente stagione autunnale, che ridusse l’efficacia dei mezzi corazzati e della superiorità aerea, gli unici reali vantaggi su cui potevano contare per battere velocemente i tedeschi. Il fallimento non fu dovuto soltanto alla mancanza di piani strategici di lungo periodo, ma soprattutto alle divergenze di priorità politiche tra inglesi e americani. Si trattò, in sostanza, di una mancanza di volontà politica, da parte dei dirigenti militari alleati, di portare a fondo l’offensiva. Quando divenne evidente che i partigiani jugoslavi non avevano la forza per liberare il nord dell’Adriatico, Alexander riconobbe l’errore: aveva trascurato i partigiani italiani, che — ammise — avevano ottenuto risultati migliori del previsto. Tuttavia, dichiarò che, pur apprezzandone il valore personale, essi «non erano mai stati un serio problema per i tedeschi»15.

L’offensiva che avrebbe dovuto concludere la guerra in Italia si spense nel fango e nella pioggia, e Alexander fu costretto a riconoscere amaramente che, nel 1944, le sue armate non avrebbero raggiunto né l’Austria, né la linea Venezia–Padova–Verona–Brescia, fissata come obiettivo per l’estate16. Il Po sfumava lontano, nella bruma invernale, così come svaniva il sogno di Churchill di una rapida avanzata su Vienna attraverso Lubiana. Tutto ciò che ora il premier britannico poteva fare era attenersi agli accordi di spartizione delle sfere di influenza, stabiliti a Mosca.

Il fallimento sull’Appennino allungò la guerra di sei mesi, consumò uomini e risorse vitali per gli Alleati, e infuse nuova determinazione ai tedeschi per resistere. Fu un errore strategico che favorì anche la disgregazione dell’Italia e prolungò la sofferenza del Paese.

Così, mentre la fanteria tedesca si attestava sulla Vena del Gesso per l’inverno, anche l’illusione di conquistare Imola “tanto per salvare la faccia” si infranse. La città, che secondo i piani di Clark doveva essere occupata alla fine di settembre 1944, fu abbandonata dai paracadutisti tedeschi solo sette mesi dopo, il 14 aprile 1945, diciassette giorni prima che i resti dell’esercito di Kesselring si arrendessero definitivamente.

NOTE

  1. The Tiger Triumphs: The Story of Three Great Indian Divisions in Italy, Burma, Syria and Malaya, Delhi, Government of India, 1946, p. 166.
  2. Charles Ray, Battle for Italy, London, Odhams Press, 1950, p. 185.
  3. Giovanni Pallotta, relazione manoscritta fornita personalmente all’autore.
  4. Nigel Nicolson, The War Diary of the British Army in Italy, London, Collins, 1946, p. 484.
  5. Martin Blumenson, Mark Clark: The Last of the Great World War II Commanders, New York, Congdon & Weed, 1984, pp. 230–231.
  6. Douglas Graham – Shelford Bidwell, Tug of War: The Battle for Italy, 1943–45, London, Hodder & Stoughton, 1986, p. 379.
  7. Brian Harpur, The Impossible Victory: A Personal Account of the Battle for the Gothic Line, London, William Kimber, 1980, p. 90.
  8. Albert Kesselring, Gedanken zum Zweiten Weltkrieg (“Riflessioni sulla Seconda guerra mondiale”), Bonn, Athenäum Verlag, 1955, p. 102.
  9. Dietrich Beelitz – Gerhard Heckel, Die Schlacht um Bologna. Der Kampf um die Hauptstadt der Emilia Romagna im Herbst 1944, Stuttgart, Motorbuch Verlag, 1981.
  10. Wilhelm Velten, The Gothic Line 1944: Germany’s Last Stand in Italy, London, Osprey Publishing, 1991, p. 168.
  11. Brian Harpur, The Impossible Victory: A Personal Account of the Battle
  12. Ruggiero Battaglia, Resistenza italiana, Milano, Garzanti, 1964, p. 436.
  13. Charles F. Delzell, Mediterranean Fascism 1919–1945, New York, Harper & Row, 1971, p. 440.
  14. Elemér A. Gáborosy – Basil F. Smith, Behind the Lines: The Story of Special Operations in Italy, London, William Kimber, 1956, p. 60.
  15. Ibidem.
  • 4