Sovietici e Disertori della Wehrmacht nella Resistenza Appenninica

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La Seconda Guerra mondiale è una miniera di fatti che intrecciano velleità politiche, battaglie e capacità operative, con la vita quotidiana degli uomini cresciuti con la speranza di un ideale. Queste storie sono sconosciute, rifuggono le semplificazioni di parte, ci mostrano un lato idealistico e umano dello scontro tra i popoli in territori lontani dalla sicurezza del focolare. Basti pensare al volto del giovanissimo Nikolaj Bujanov, che a Gaggio Montano scelse di restare solo con la sua mitragliatrice per coprire la fuga di donne e bambini civili, o alla strana lingua mescolata che si parlava nelle stalle di Ca’ di Guzzo, dove contadini imolesi e soldati dell’Armata Rossa dividevano lo stesso pane nero prima dell’assalto. Queste storie – per molti comprensibili e a volte insondabili ragioni – sono quasi ignote. Per questo meritano un’attenzione. Per restituire alle vicende di guerra in Italia e in Appennino una complessità adeguata a nutrire il nostro senso critico.

Un mosaico di nazionalità sotto la Stella Rossa

La Resistenza italiana non fu solo una guerra civile o una guerra di liberazione nazionale, ma un vero crocevia di popoli. Si stima che circa 5.000 soldati sovietici abbiano combattuto nelle file partigiane in Italia. Di questi, oltre 400 caddero in combattimento. Sull’Appennino Tosco-Romagnolo, la densità di questi combattenti fu tra le più alte, trasformando brigate come la 36ª “Bianconcini” o la 62ª “Camicie Rosse” in laboratori di integrazione militare. Non erano solo russi: tra i “sovietici” figuravano ucraini, kazaki, azeri e georgiani. Molti di loro erano stati inquadrati dai tedeschi nei cosiddetti Ostbataillone (battaglioni orientali), unità ausiliarie della Wehrmacht formate da prigionieri di guerra a cui era stata offerta la scelta tra la morte per inedia nei lager o il servizio come truppa di seconda linea. Una volta giunti in Italia, la loro diserzione di massa verso le montagne rappresentò un colpo psicologico e logistico durissimo per il comando tedesco.

La concretezza di questo mosaico si ritrova in figure come lo jugoslavo “Gildo”, che dopo l’8 settembre fuggì dai campi di internamento fascisti per diventare uno dei più abili sabotatori della zona di confine tra Toscana e Romagna, mettendo a disposizione la sua esperienza nelle guerre balcaniche. Accanto a lui, i disertori tedeschi vivevano la scelta più drammatica. Si pensi a Heinz Heidemann, che nelle valli bolognesi non si limitò a disertare, ma divenne istruttore per i partigiani italiani, insegnando loro a padroneggiare quella stessa MG42 che prima impugnava per la Wehrmacht. Ancora più singolare fu il caso dei reparti turchestanos che, inviati dai tedeschi per presidiare i borghi della Val di Santerno, finirono per passare in blocco ai partigiani, portando con sé armi pesanti e muli carichi di munizioni. Questi uomini non cercavano solo la libertà, ma una forma di riscatto umano contro una divisa che sentivano estranea. La loro presenza trasformò i sentieri dell’Appennino in una babele di lingue dove il nemico veniva combattuto non solo per terra, ma per civiltà.

Il “Battaglione d’Assalto” di Vladimir Pereladov

Il caso del capitano Vladimir Pereladov, soprannominato “il capitano ruscio”, merita un’analisi tecnica. Giunto nella 36ª Brigata nel giugno 1944 dopo una fuga rocambolesca dal campo di prigionia di Modena, Pereladov non si limitò a combattere. Egli ottenne dal comando di brigata – Luigi Tinti “Bob” e Guido Gualandi “Il Moro” – il permesso di formare un’unità autonoma: il Battaglione d’Assalto Sovietico. Questo reparto divenne la “forza d’urto” della brigata per diversi motivi. Aveva innanzitutto una straordinaria competenza negli esplosivi. Molti sovietici erano genieri esperti, capaci di minare ponti e binari con cariche improvvisate, una competenza che i giovani contadini italiani non possedevano. Gli uomini avevano inoltre una potente resistenza fisica: abituati ai climi estremi del fronte orientale, i sovietici gestivano meglio l’inverno appenninico, operando quando le truppe alleate erano bloccate dal maltempo.

Tra di loro ci sono nomi che hanno fatto la storia. Accanto a Pereladov, spiccano figure come Ivan Logvinenko – l’eroe di Monte Battaglia – e di Nikolaj Dem’jančenko, detto “Nicolaj”, la cui audacia in combattimento divenne leggendaria tra i civili locali. La loro impronta bellica si impresse in azioni fulminee come quella del ponte di Fontanelice, dove i russi di Pereladov, muovendosi nel silenzio assoluto delle ore notturne, riuscirono a minare e far saltare l’infrastruttura sotto il naso delle sentinelle tedesche, recidendo un’arteria vitale per i rifornimenti nemici verso il fronte. Ma fu a Ca’ di Guzzo che il battaglione dimostrò la sua tempra: circondati da forze superiori, i russi non si limitarono alla difesa, ma scatenarono una serie di contrattacchi alla baionetta che disorientarono i granatieri della Wehrmacht. Si racconta che proprio “Nicolaj” Dem’jančenko, durante lo scontro di Monte Carnevale, riuscì da solo a mettere a tacere una postazione di mitragliatrice nemica strisciando tra i calanchi e balzando dentro la buca tedesca con una ferocia tale da costringere i superstiti alla resa immediata. Questi uomini non combattevano solo per la vittoria, ma per un’idea di riscatto che passava attraverso la padronanza assoluta del terreno e dell’arma.

I disertori tedeschi: l’ombra della Sippenhaft

Se il soldato sovietico era un “alleato naturale”, il disertore tedesco era una figura tragica e liminale. Recenti studi dell’Istituto Parri hanno censito oltre 1.200 casi documentati di tedeschi e austriaci passati alla Resistenza. E di questo davvero non si parla mai. Interrogarsi sul dramma di questi uomini è un atto d’umanità.

Uno dei casi più emblematici nell’area imolese e ravennate è quello di Rudolf Jacobs, un ufficiale della Marina tedesca di stanza a La Spezia che, disgustato dalle stragi, passò ai partigiani della “Muccini” e morì guidando un attacco contro una caserma delle Brigate Nere. Ma non fu l’unico. Nell’Appennino tosco-emiliano agì il bavarese Hans Schmidt, un sottufficiale che, dopo aver assistito a un’esecuzione sommaria di civili a Crespellano, fuggì verso le linee della 63ª Brigata Bolero. Schmidt non si limitò a fornire informazioni: durante un attacco tedesco a un distaccamento partigiano nei pressi di Monte San Pietro, utilizzò la sua profonda conoscenza delle segnalazioni luminose della Wehrmacht per lanciare razzi contraffatti, inducendo l’artiglieria tedesca a colpire i propri stessi reparti in avanzata. Anche nella 36ª Bianconcini operarono figure come Heinz Heidemann, che scelse di puntare l’arma contro i propri ex commilitoni. Accanto a lui va ricordato l’austriaco Peter “Lupo”, che nella zona di Palazzuolo sul Senio divenne l’incubo dei presidi tedeschi. Grazie al suo tedesco perfetto e alla divisa che continuava a indossare durante le incursioni, Peter riusciva ad avvicinarsi alle sentinelle nemiche, scambiare due parole d’ordine e neutralizzarle prima che potessero dare l’allarme.

La loro scelta era pesantissima. La Sippenhaft, cioè la responsabilità familiare, prevedeva l’arresto e spesso la deportazione dei parenti del disertore in Germania. Per questo motivo, molti disertori tedeschi chiedevano di essere impiegati nelle azioni più pericolose o lontano dalle zone dove i loro reparti d’origine operavano, per evitare di essere riconosciuti. Spesso combattevano con il volto coperto o sotto falsi nomi italiani per proteggere i genitori o i figli rimasti a casa. Molti di loro morirono in anonimato sui sentieri di Monte Grande o Monte Cerere, sepolti sotto nomi di battaglia che ne cancellavano l’origine ma ne salvavano l’onore.

Il modello sovietico d’integrazione tattica in Appennino

Oggi possiamo sostenere – salvo poi indagare caso per caso gli specifici apporti e contributi – che l’influenza straniera cambiò il volto militare della Resistenza. Gli stranieri introdussero varie migliorie nella conduzione della guerra irregolare, trasformando bande di ribelli in reparti combattenti. Ad esempio, i turni di guardia. Prima del loro arrivo, la vigilanza partigiana era spesso approssimativa, affidata alla stanchezza di ragazzi che si addormentavano nei fienili. I russi, memori della spietatezza del fronte orientale, imposero turni di sentinella di tipo militare (“sentry go”), con parole d’ordine che cambiavano ogni quattro ore. Un rigore che salvò la vita a molti a Ca’ di Malanca, dove il tenente sovietico “Karaton” (nome di battaglia di un ufficiale georgiano) organizzò un perimetro difensivo a “riccio” che permise alla brigata di non essere colta di sorpresa durante il sonno, respingendo un’infiltrazione notturna di paracadutisti tedeschi che miravano a sgozzare le sentinelle silenziose.

Ebbe poi inizio l’uso sistematico delle armi pesanti. Il recupero e l’uso di mitragliatrici MG42 o mortai da 81mm catturati ai tedeschi fu reso possibile solo dall’addestramento fornito dai disertori e dai sovietici. A Poggio e nelle faggete di Campanara, si tennero vere e proprie “scuole di fuoco”: mentre i partigiani italiani erano abituati alle armi leggere (Sten e moschetti), l’ex artigliere Pereladov insegnò come calcolare l’alzo dei mortai rubati per colpire i convogli sulla via Montanara senza sprecare munizioni preziose. Fu grazie a questa istruzione tecnica che, durante la difesa di Monte Battaglia, i partigiani riuscirono a rivolgere le Maschinengewehr tedesche contro gli stessi reparti della Wehrmacht che tentavano la risalita, con un effetto devastante.

Vi fu infine la cosiddetta “Guerra dei Nervi”. I disertori tedeschi venivano spesso utilizzati per gridare ordini falsi o inviti alla resa in lingua tedesca durante i combattimenti, creando confusione fatale. Un episodio celebre avvenne nei pressi di Casola Valsenio: durante un violento scontro a fuoco, un disertore austriaco noto come “Hans il Lungo” strisciò vicino alle linee nemiche urlando in tedesco l’ordine di “Cessare il fuoco e ritirarsi sulla quota 600”. Il momentaneo sconcerto dei granatieri tedeschi, che obbedirono all’ordine credendolo provenire dal loro ufficiale, permise ai partigiani della 36ª di sganciarsi da un accerchiamento mortale, svanendo nella nebbia prima che l’inganno fosse scoperto.

Il dramma del ritorno e il filtro di Stalin

L’epilogo per i russi della 36ª Bianconcini di Imola fu straziante, segnato da una doppia verità. Dopo la sfilata della Liberazione a Bologna, dove furono applauditi come liberatori, il clima cambiò repentinamente. Furono radunati e trasferiti in centri di raccolta gestiti dalle autorità militari sovietiche (l’NKVD), come il campo allestito nell’ex colonia marina di Riccione o l’Ippodromo di Modena. Qui, l’atmosfera di festa si spense: le armi furono ritirate non come si fa con dei veterani, ma con dei sospettati.

Per Stalin, essere caduti prigionieri dei tedeschi — anche se poi fuggiti per combattere — era sinonimo di tradimento, secondo il famigerato Ordine n. 270 del 1941. Il viaggio di ritorno, spesso via nave da Taranto verso Odessa, fu un calvario psicologico. I partigiani italiani tentarono fino all’ultimo di fornire loro certificati di “benemerenza” firmati dal Cvl (Corpo Volontari della Libertà), sperando che quei pezzi di carta potessero proteggerli. Fu vano. Una volta sbarcati in URSS, molti dei combattenti che avevano ricevuto la medaglia al valore in Italia furono spogliati di tutto, sottoposti al “filtraggio” nei campi dello SMERSH (il controspionaggio), interrogati in modo umiliante e inviati nei “battaglioni di lavoro” in Siberia o nel Grande Nord. Il caso di Vladimir Pereladov è emblematico: il leggendario “Capitano” finì nel vortice del Gulag, inviato nel campo di Vorkuta, oltre il Circolo Polare Artico, a lavorare nelle miniere di carbone. Solo la sua tempra d’acciaio gli permise di sopravvivere fino alla riabilitazione nel 1956, durante il disgelo di Krusciov. Stessa sorte toccò ad altri, come il georgiano Giorgi Varazashvili, caduto nell’oblio.

La loro storia è rimasta sepolta per decenni sotto il peso della Guerra Fredda. Né l’URSS, che non voleva ammettere l’esistenza di masse di prigionieri arresisi ai tedeschi, né l’Italia repubblicana, imbarazzata da quei legami “rossi” in piena alleanza atlantica, volevano enfatizzare il ruolo di soldati che avevano operato fuori dal controllo centrale. Solo negli anni ’60, e poi con la Perestrojka, i sopravvissuti poterono tornare a Imola e a Castel del Rio, piangendo di fronte ai cippi dei loro compagni caduti, finalmente liberi di raccontare che la loro guerra non era finita il 25 aprile.

Considerazioni storiografiche

Nelle loro varie nazionalità, questi partigiani “stranieri” possono essere considerati il collante umano di una lotta che aspirava a essere universale. La loro presenza smentisce definitivamente l’idea di una Resistenza isolata e provinciale, o la caricatura di una “jacquerie” di contadini ignoranti e sprovveduti, mobilitati alla rinfusa da ex-ufficiali del Regio Esercito in cerca di riscatto. La realtà della Linea Gotica ci restituisce un quadro ben più complesso: non solo giovani renitenti alla leva della RSI (spinti dal Bando Graziani) o monarchici fedeli al “Re del Sud”, ma una forza combattente transnazionale. Durante quegli otto mesi di inverno e fango, andò sviluppandosi una fratellanza d’armi che anticipava, nel sangue, l’idea di un’Europa dei popoli contrapposta all’Europa delle nazioni.

La storiografia moderna ci invita a leggere questi eventi non più solo come “Guerra di Liberazione Nazionale” (cacciare lo straniero), ma come una vera e propria Guerra Civile Europea. In quest’ottica, il disertore tedesco che spara contro la Wehrmacht o il capitano sovietico che muore per un villaggio emiliano non sono anomalie, ma la prova che la linea di frattura non correva lungo i confini geografici, ma attraverso le coscienze. Era uno scontro tra due visioni del mondo: il nazifascismo da una parte e una confusa ma potente aspirazione alla libertà e alla giustizia sociale dall’altra. Questa “Internazionale dei poveri”, nata nelle stalle dell’Appennino, attende ancora di essere pienamente riconosciuta nei manuali scolastici, spesso troppo concentrati sulla retorica patriottica per ammettere che la libertà dell’Italia fu, in parte, opera di chi italiano non era.

Bibliografia

Monografie e saggi:

  • M. CARRATTIERI, I russi in Appennino, saggio contenuto in “E-Review”, rivista degli Istituti Storici dell’Emilia-Romagna.
  • M. CARRATTIERI, I. MELONI, Partigiani della Wehrmacht. Disertori tedeschi nella Resistenza italiana, Bari, Laterza, 2021.
  • M. GALLENI, I sovietici nella Resistenza italiana, Editori Riuniti, 1970 (L’opera pionieristica sul tema).
  • M. GRIBAUDI, Terra bruciata: i russi nella Resistenza italiana, Torino, Einaudi, 2015.
  • G. GUALANDI (Il Moro), La 36ª Brigata Garibaldi “Alessandro Bianconcini”, Imola, University Press, 2004.
  • V. PERELADOV, Il Cavaliere della Stella Rossa: Cronache del battaglione d’assalto sovietico in Italia, Edizioni La Pietra, 1987 (Raro).
  • V. PERELADOV, I russi della Resistenza: il battaglione d’assalto sovietico della 36a brigata Garibaldi, Bologna, Pendragon, 2011.
  • M. STORCHI, Anche contro il vento: La Resistenza a Reggio Emilia e sull’Appennino, Marsilio, 2016.

Sitografia documentale:

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