Michele Fonseca. Vita e morte di uno “sparviero”

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di Manuel Noferini

Giacca da volo tipo Marus e berretto da sottotenente: una combinazione che anche Michele Fonseca avrà indossato in più occasioni. (Collezione privata)

Quella che stiamo per narrare è la storia di un giovane coraggioso e idealista che, travolto dagli eventi della Seconda guerra mondiale, non riuscì a vederne la fine. Le decorazioni al valore recapitate alla famiglia ben poco saranno servite per compensare la perdita di un ragazzo di venticinque anni appena compiuti. Questa storia cita luoghi e date di battaglie, indica unità militari e porta il nome e il cognome del protagonista, ma per il resto è in tutto e per tutto simile a tante altre vissute dai nostri ragazzi (di allora) negli anni della guerra.

Dalle origini alla base di Decimomannu

Michele Fonseca nasce in provincia di Firenze il 1° aprile 1916, figlio di Michelangelo e di Carmelita Pacini. Gli anni della sua adolescenza sono quelli in cui l’Italia primeggia in campo aeronautico, aggiudicandosi premi prestigiosi nelle più importanti competizioni sportive internazionali, registrando primati su primati e comparendo sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo grazie alle innumerevoli imprese compiute, prime fra tutte le trasvolate atlantiche di Italo Balbo.

In questo clima esaltante e pieno di ottimismo per il futuro, il nostro giovane sviluppa quella che sarà la sua grande passione, quella per il volo. Il fatto di provenire da una famiglia piuttosto benestante lo avrà certo aiutato in una qualche misura. Come privato cittadino diventa infatti membro della RUNA (Reale Unione Nazionale Aeronautica) e ottiene il brevetto di pilota civile. Nel frattempo, una volta diplomato, si iscrive anche alla Regia Università di Firenze. La chiamata alle armi per il servizio militare rappresenta un punto di svolta nella vita di Michele Fonseca: questi supera le selezioni e riesce ad entrare nella Regia Aeronautica in qualità di allievo ufficiale pilota di complemento. In base al suo stile di pilotaggio, alle sue doti psicofisiche e non ultimo, anche in base alla necessità di piloti per quella data specialità, una volta brevettato il reparto d’istruzione lo assegna alle unità da bombardamento.

È così che lo ritroviamo un po’ di tempo dopo basato in Sardegna a Decimomannu, nella 228a Squadriglia da Bombardamento Terrestre (B. T.), 89° Gruppo, 32° Stormo. La sua squadriglia allo scoppio della guerra può contare su otto Savoia Marchetti S.79 “Sparviero”, su quindici che ne ha il suo gruppo e trenta il suo stormo. Pochi aerei e pure un po’ vecchiotti, questi trimotori che ai tempi della guerra di Spagna avevano suscitato l’ammirazione e l’invidia delle aeronautiche di mezzo mondo. Ma da lì in poi noi Italiani ci eravamo pressoché fermati con lo sviluppo di nuovi velivoli, mentre il mondo era andato avanti. Molto spesso è l’abilità dei piloti che deve compensare i limiti dell’equipaggiamento, tanto che numerosi S.79 saranno convertiti in aerosiluranti, una nuova specialità in grado di dare maggiori probabilità di colpire il naviglio nemico, ma che comporta anche enormi rischi per gli equipaggi ed un’abilità dei piloti fuori dal comune. Anche se tutti gli Sparviero sono predisposti per il lancio dei siluri, il reparto del giovane pilota toscano resta per il momento dedito al bombardamento tradizionale, utilizzando bombe a caduta di vari tipi e dimensioni.

Le prime missioni e la guerra nel Mediterraneo

Il 12 giugno 1940, appena due giorni dopo l’entrata in guerra contro la Francia, ventuno velivoli del 32° Stormo bombardano la base aeronavale di Biserta, in Tunisia. In base a quanto rilevato dalla Commissione d’Armistizio italiana, che alla fine delle ostilità ispeziona il sito, si registra la distruzione di cinque aerei nemici, l’affondamento del mercantile Finisterre, la distruzione di 40.000 litri di carburante e gravi danni alle infrastrutture.

Archiviata la breve campagna contro la Francia, l’impegno operativo dell’Aeronautica della Sardegna viene rivolto contro la flotta inglese, ed in particolare sulle rotte di collegamento tra Gibilterra, Malta ed Alessandria d’Egitto. Fin dall’estate del 1940 il 32° Stormo partecipa a diversi voli di guerra contro la Royal Navy, ed è lecito pensare che il sottotenente Michele Fonseca abbia partecipato a buona parte di esse.

Sicuramente il 9 luglio prende parte alla battaglia aeronavale di Punta Stilo, per la quale viene decorato con La Croce al Valor Militare. In questo primo scontro in mare tra le forze italiane e britanniche, che si concluderà sostanzialmente con un pareggio, il 32° Stormo entra in azione con venti velivoli, mentre l’8° ne invia in missione ventotto. L’azione dei bombardieri italiani causa il danneggiamento del cacciatorpediniere Escort, che verrà poi affondato un paio di giorni dopo dal sommergibile Marconi.

Il 1° agosto l’8° ed il 32° Stormo intervengono nuovamente con diciassette S.79 per contrastare un convoglio carico di dodici aerei da caccia “Hurricane” destinati alla difesa di Malta (Operazione “Hurry”). In questo attacco, che si rivela infruttuoso, cade in combattimento il comandante della brigata generale Stefano Cagna, un aviatore leggendario per aver partecipato alla missione di soccorso del dirigibile “Italia” di Umberto Nobile nell’Artico ed alle trasvolate atlantiche con Italo Balbo.

1940-1941: esperienza, sortite e logoramento

Il 9 novembre 1940 gli Sparviero basati a Decimomannu sono nuovamente chiamati ad intervenire: decollano una ventina di velivoli. L’obiettivo anche stavolta è la Royal Navy, sulla via del ritorno dopo aver bombardato l’aeroporto di Cagliari– Elmas con nove Swordfish della portaerei Ark Royal, peraltro con esiti irrilevanti. I bombardieri italiani, privi di scorta, vengono subito intercettati dai caccia navali Fulmar e inquadrati dalla contraerea, che arreca loro gravi danni: ben 18 S.79 vengono colpiti, più o meno seriamente. Al rientro si lamenteranno ben tre morti e sette feriti tra i membri degli equipaggi. Le formazioni riescono tuttavia a sganciare il loro carico bellico, costituito da ottanta bombe da 250 kg sulle navi nemiche. I rapporti italiani dichiarano che una portaerei ed un incrociatore sono stati colpiti, ma niente risulta in tal senso da parte inglese. Se ne deduce che i danni effettivamente arrecati sono stati quindi molto lievi, se non nulli.

Il 9 gennaio 1941 l’Aeronautica della Sardegna è chiamata a contrastare l’operazione Excess, che ha lo scopo di trasportare ingenti quantità di rifornimenti destinati a Malta ed alla Grecia. La 228a Squadriglia prende parte allo scontro con cinque aerei. Alle 12.25 decollano insieme ad altrettanti velivoli della 229 a Squadriglia al comando del maggiore Antonio Fadda. Dopo circa un’ora e mezza di volo viene avvistata una possente formazione navale nemica, composta da una portaerei, quattro corazzate, otto incrociatori ed undici cacciatorpediniere, anche se non vi è traccia di navi mercantili, che sarebbero il vero obiettivo della missione. Alle 14.00 inizia l’attacco, subito contrastato da cinque caccia nemici Fulmar dello 808 Squadron che riescono ad abbattere due bombardieri della 229 a . Gli otto S.79 superstiti, pur essendo quasi tutti danneggiati, riescono tuttavia a sganciare le loro bombe da 100 kg. Si stima da parte italiana che la corazzata Malaya ed un incrociatore siano stati centrati, sebbene i rapporti britannici non si spingano oltre il “near miss”, bombe scoppiate nelle immediate vicinanze delle unità in questione che hanno provocato nella peggiore delle ipotesi solo danni limitati1. Per questa missione il sottotenente Fonseca viene proposto per una Medaglia di Bronzo al Valor Militare. La decorazione sarà concessa, ma a causa delle proverbiali lungaggini burocratiche che da sempre affliggono il Belpaese, giungerà alla famiglia ben due mesi dopo la morte del pilota.

Ai primi di maggio Michele Fonseca può già dirsi un veterano. È parte di un’unità da combattimento ormai da diversi mesi, e molte sono le missioni cui ha preso parte. Divenuto capo equipaggio, quattro vite oltre alla sua adesso dipendono da lui, dalla sua abilità di pilota e dalle decisioni che prende durante le missioni. Al petto porta il nastrino della Croce al Valor Militare guadagnata dieci mesi prima a Punta Stilo, mentre corre voce che un’altra medaglia sia in arrivo. Sicuramente insieme all’orgoglio di star facendo al meglio il proprio dovere c’è anche la consapevolezza degli scarsi risultati ottenuti fino ad allora nonostante gli sforzi ed i grandi rischi affrontati, che sono già costati la vita a molti equipaggi.

8 maggio 1941: l’ultima missione e la morte

L’8 maggio 1941 il sottotenente Michele Fonseca decolla da Decimomannu con l’S79 matricola n.21454. Si tratta di un velivolo non nuovissimo prodotto tra il settembre 1938 e l’aprile del 1939 dalla SIAI e che deve già aver partecipato a numerose missioni di guerra2. Suo co-pilota è il maresciallo Goffredo Crippa, motorista è l’aviere scelto Giovanni Speciale, marconista è l’aviere scelto Brenno Chiatti mentre armiere è il primo aviere Armando Sclippa. Stavolta si tratta di contrastare l’operazione Tiger, che ha come scopo il trasporto in Egitto di un consistente quantitativo di aerei e mezzi corazzati. Cinque mercantili stanno attraversando il Mediterraneo protetti dalla portaerei Ark Royal e da un nutrito gruppo navale di scorta. Ad intercettarla, una volta avvistata dai ricognitori, è una forza composta da venti bombardieri dell’8° e 32° Stormo armati ognuno con dieci bombe da 100 kg e cinque aerosiluranti della 280a Squadriglia Autonoma. Li scortano ventuno caccia CR.42 appartenenti al 3° Gruppo. A causa delle pessime condizioni meteorologiche, si decide di inviare i velivoli in piccoli gruppi, in modo da aumentare le possibilità che alcuni riescano ad individuare il nemico tra le nubi. I primi a trovare le navi britanniche sono gli aerosiluranti, che sganciano le loro armi ma senza riuscire a provocare danni. I bombardieri giungono poco dopo, verso le ore 16.20. Attaccano a quota relativamente bassa (1500 metri), per stare sotto alle nuvole ed avere una migliore visibilità, ma sono fatti oggetto da un’intensa risposta della contraerea. Anche la formazione di cui fa parte lo Sparviero del sottotenente Fonseca, composta da tre velivoli, riesce ad individuare il convoglio ma viene subito intercettata dai caccia dell’808 Squadron della portaerei Ark Royal. Due Fulmar, pilotati dai tenenti di vascello A.T.J. Kindersley e R.C. Hay attaccano alle ore 17.10 l’aereo del pilota toscano e lo abbattono in fiamme di prora alla flotta3.

Lo stesso giorno vengono persi altri quattro aerei, un CR.42 e tre S.79; tra questi ci sono anche l’S,79 pilotato dal capitano Armando Boetto della 49a Squadriglia e l’S.79 del sottotenente Franco Cappa della 280 a Squadriglia Siluranti. Già riconosciuti come valenti piloti, entrambi riceveranno la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. I Britannici perdono invece due velivoli (di cui uno sicuramente abbattuto da un CR.42 della scorta) ed un mercantile, affondato dopo aver urtato due mine. Nonostante il sacrificio degli aviatori italiani, le quattro navi giunte a destinazione riusciranno a scaricare nel porto di Alessandria ben 238 carri armati e 43 aerei da caccia.

Il sottotenente pilota di complemento Michele Fonseca non viene subito dato per morto, ma insieme al suo equipaggio viene dichiarato disperso in azione. Solo molto tempo dopo, in base ad un articolato processo burocratico e passando dalla redazione di un “verbale di irreperibilità”, si decreterà alla fine la morte presunta dell’ufficiale. I compagni della sua squadriglia, seguendo una prassi purtroppo ben consolidata, nominano una commissione preposta alla raccolta ed alla spedizione degli effetti personali e dei valori di proprietà del commilitone alla famiglia. Ogni oggetto è accuratamente elencato in un verbale di tre pagine, riposto nel baule o in una delle due valigie appartenenti (o appartenute?) al disperso ed inviato, un mese e mezzo dopo l’abbattimento, al fratello Ferdinando. Il denaro invece, che è una somma piuttosto considerevole per l’epoca, a norma delle leggi vigenti viene trattenuto temporaneamente presso il comando e verrà versato solo successivamente, a mezzo di vaglia, trascorsi sei mesi dalla dispersione oppure a seguito della redazione del verbale d’irreperibilità.

L’amara appendice

Al triste epilogo è doveroso aggiungere un’amara appendice che, sotto un certo aspetto, fa apparire vano ed immeritato l’amore per il proprio paese spinto fino all’estremo sacrificio. Purtroppo, la Madrepatria è spesso più lesta a prendere le vite dei suoi servitori che a rendere loro gli onori che meritano. La Medaglia di Bronzo per il fatto d’arme del 9 gennaio è concessa ben sei mesi dopo, l’11 luglio 1941, mentre è solo il 20 gennaio 1942 che la famiglia riceve la notizia ufficiale che al congiunto è stata conferita anche la Medaglia d’Argento, con disposizione pubblicata l’8 novembre precedente.

I relativi attestati saranno spediti con tutta calma, per non parlare del soprassoldo previsto per le decorazioni al valore spettante alla madre in quanto erede: nonostante reiterate richieste per ottenerlo, il 19 aprile 1951, a quasi dieci anni dalla morte del figlio, la signora Fonseca non aveva ancora visto un centesimo.

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Note
1. “Il 9 – 10 e 11 gennaio 1941 nel Mediterraneo Centrale”, Piero Faggioli, in Storia Militare N.49, ottobre 1997. 
2. https://www.alieuomini.it/catalogo/dettaglio_catalogo/savoia_marchetti_sm_sparviero,8.html
3. L’Operazione britannica “Tiger”, Francesco Mattesini, Biblioteca Militare: https://issuu.com/rivista.militare1/docs/l_operazione_britannica_tiger_5_13_maggi/s/25737709 

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